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Brief (10-00548)

Torino III (C. Vinzaglio 11), 16. XI '22

 

Illustre e venerato Maestro,

 

ho letto or ora il Suo studio "Sprachliche Beziehung"[1], che l'amico Farinelli mi ha prestato per poche ore.

L'ho letto e studiato e, s'intende, ammirato.

Ma Ella mi permetterà due franche domande, a proposito dei neogrammatici (pag. 207).

Anzitutto non Le sembra degna di nota (non dico: di approvazione definitiva) la distinzione fra il /2/ metodo dei neogrammatici e quello dei ... juniores, e anche dei seniores Ascoli, Schuch. ecc., indicata nell'Annuario del Vollmoeller XII 120?[2] Come è chiarito dall'esempio lì citato, i neogrammatici studiano la storia solo di elementi anormali; gli altri invece, anche la storia degli altri elementi: "mithin doppelte Arbeit"![3] Ciò che caratterizza nettamente – secondo il modesto avviso mio e, per esempio, del compianto Campus,[4] mio caro amico più che discepolo – sono i noti ergo: normale, ergo indigeno, antico, spontaneo (v. intanto Giorn. stor. d. lett. it. LXVI 172, LXIX 383, LXXII 160). /3/

Il Terracini*) altro amico mio e discepolo, nell'articolo che Ella loda (e Gliene rendo grazie), non intendeva approvare il metodo quanto invece i risultati dei neogrammatici, che infatti lavorarono bene molto spesso e cioè tutte le volte che abbandonarono i loro principi: v., p.e., per restare al cit. Annuario del Vollmoeller, ibid. p. 131.[5]**) Insomma, i neogramm. fecero il contrario di Padre Zappata, che predicava bene e razzolava male (cf. ibid. VIII 125).[6]

Ma di tutto questo Le parlerò – specialm. a Lei – in un mio lavoro

*Ora incaricato all'Univers. di Genova[7]

**V. l'aggiunta nel Giorn. stor. LXXII 347, n. 4.

/4/ di lunga lena e pazienza, preannunziato in Miscell. Hortis.[8] L'ho interrotto un'altra volta, perché ora attendo al questionario dell'Atlante linguistico d’It.,[9] che farò coll'amico Bertoni: raccoglitori il Bertoldi[10] e il Pellis.[11]

L'altra domanda spetta alla Giustizia, ch'Ella caratterizza così genialmente.[12]

Premetto che il nostro Campus ha pubbl. un ottimo saggio sulle velari ario-europee, nel quale egli dà la quasi completa soluzione di quel problema (v. il Boll. di filol. class. 1916, pag. 57: vedrò di procurarLe una copia del saggio)[13]. Di quella soluzione /5/ si vede bensì qualche effetto (almeno nel Meillet), ma gl'indo-européistes e gl'Indogermanisten si accordano nell'ignorarne l'autore.

La Scuola di filologia romanza di Torino, cioè quella del Farinelli, del Bertoni e del sottoscritto, è stata menzionata testè dal Croce, nella sua Critica (La crisi d. linguist.)[14] e dal Dauzat, La philos. du lang.[15]

E dallo Schuchardt? Non ha egli ignorato sempre ingiustam. o dimenticato uno dei più appassionati e costanti Suoi lettori?

 

Dico il devoto e affezion. Suo discepolo MBartoli

 

Torino III (Corso Vinzaglio 11).



[1] Schuchardt, Hugo. 1922. 'Sprachliche Beziehung'. In Sitzungsberichte der Preussischen Akademie der Wissenschaften: 199–209 (n° 751a).

[2] Nel Kritischer Jahresbericht über die Fortschritte der Romanischen Philologie XII nella sezione 'Lingua letteraria' (pag. 112-133) Bartoli mette chiaramente in evidenza le profonde differenze metodologiche che a suo parere sussistono tra i neogrammatici e i neolinguisti, scrivendo: „Insomma – giova ripeterlo, perché qui appunto sta l’essenziale differenza tra neogrammatici e neolinguisti […] – i neogrammatici studiano la storia solo […] degli elementi ‘anormali’, i neolinguisti invece e degli ‘anormali’ e dei ‘normali’.”(Bartoli 1912: 120).

[3] Citazione di cui non si è riusciti a trovare la fonte.

[4] Giovanni Campus (1875-1919), linguista e dialettologo sardo.

[5] Alla pagina qui indicata Bartoli afferma in riferimento a Carlo Salvioni ed esprimendo la sua approvazione di due etimi che si oppongono alle leggi fonetiche che questi “è arrivato a giuste conclusioni appunto perchè non si è lasciato traviare dalla imprecisa […] bussola delle ‘leggi’ e invece s’è fatto illuminare dall’ottima conoscenza ch’egli ha della geografia odierna e antica dei linguaggi d’Italia” (Bartoli 1912: 131).

[6] Alla pagina indicata, Bartoli, in riferimento all’opera di B. Wiese “Elementi d’italiano antico”, esprime un giudizio impietoso sulla sistematicità della presentazione del panorama dei dialetti italiani: “Concludendo: quando l’allievo abbia sott’occhio raggruppati i fatti affini, li comprende e però li apprende e li ritiene; se no, impara a memoria con fatica inutile, senza profitto duraturo. Dunque non solo non è scientifico, ma non è nemmeno pratico il metodo seguito dall’a. Né certo il Meyer-Lübke (v. p.V) l’intendeva a quella maniera, perchè altrimenti si dovrebbe dire di lui ch’egli fa il contrario di Padre Zappata: il quale predicava bene e bazzicava male.” (Bartoli 1906: 125).

[7] Terracini divenne professore a Genova nel 1924.

[8] Si veda la nota 3 alla lettera 03-00541

[9] L’Atlante Linguistico Italiano (ALI), cf. per la sua storia e il ruolo centrale di Bartoli nell’impresa http://www.atlantelinguistico.it/progetto/StoriaAli.html.

[10] Vittorio Bertoldi (1888-1953), linguista e dialettologo italiano. La corrispondenza con Schuchardt non è ancora edita.

[11] Ugo Pellis (1882-1943), letterato friulano e dal 1925 fino alla sua morte raccoglitore unico del materiale linguistico-etnografico per l’Atlante Linguistico Italiano.

[12] Cf. Schuchardt (1922: 208s.). Controbattendo un’affermazione di Maurice Grammont, che aveva negato che nei paesi di lingua tedesca vi fossero dei linguisti, Schuchardt invitava a giudicare il valore delle opere scientifiche non sulla base di sentimenti nazionalisti, ma sulla base di un unico criterio valido: la giustizia.

[13] Presso la Biblioteca Universitaria di Graz non è stato possibile riscontrare alcun esemplare della pubblicazione.

[14] Croce, nel suo contributo „Aproposito della crisi nella scienza linguistica” (Croce 1922), apparso in La Critica (20, 178-180), fa riferimento a Bartoli e Bertoni (178).

[15] Cf. Albert Dauzat : La philosophie du langage (Dauzat 1917 : 190s.)