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Brief (01-00539)

Vienna 16 dic. 99

 

Chiarissimo Signor Professore,

 

una decina d'anni fa io leggevo, al Ginnasio di Capodistria (spesso durante le ore di religione), 'Slawo-deutsches und Slawo-italienisches.[1] Non comprendevo tutto, allora, di quest'opera geniale: tuttavia me ne innamorai tanto che concepii, sin da quel tempo, il progetto di studiare la filologia neo-latina. Il nome dello Schuchardt fu dunque il primo fra i nomi dei romanisti, che io pronunciai con riverenza (e coll'entusiasmo de miei 16 anni, perché mi rivelava una scienza nuova e perché illustrava il mio paese); lo Schuchardt fu il Maestro che primo m'iniziò a questi studi, mentre ora ... proprio per opera di questo medesimo Maestro corro pericolo di esserne escluso per sempre!

Qui, a Vienna, mi si rimprovera (da più parti) d'averLe recato vivo dispiacere colla mia critica contro l'Ive[2]. Questi rimproveri m'hanno fatto molto male: m'hanno gettato in uno stato di scoraggiamento che non so come avrò la forza di scolparmi. Perché io imploro da Lei il favore di sentirmi per pochi minuti, di lasciarmi che mi giustifichi. M'affretto a dirLe che non si tratta di pettegolezzi fra comprovinciali nè d'invidiuzze di mestiere, ma di motivi forti. /2/ Dunque audiatur et altera pars.

Fin a tre anni fa io non conoscevo l'Ive che di fama. Codesta fama era veramente, ed è, poco favorevole da noi nella Venezia Giulia,[3] come pure nella Tridentina[4] (ma, intendiamoci, non quanto allo scienziato, che tutti venerano ciecamente, come un dio ignoto, ma quanto alla persona, che tutti tutti dicono falsa e maligna); tuttavia, un po' forse per spirito di contraddizione un po' perché, memore dell'adagio 'nemo propheta in patria', io, in più riprese, fra studenti soprattutto, avevo difeso l'Ive. (Occorrendo, saprei citare nomi e circostanze). Non avevo dunque nessuna prevenzione contro l'Ive. – Tre anni fa, passando per Graz (nel mio ritorno da Parigi) gli feci la prima visita.[5] Mi accolse con una cortesia, con una premura straordinaria, e mi disse anzi di ripassare più volte da lui. Così feci, durante quell'anno scolastico (96-7). Si parlava, naturalmente, dei nostri dialetti; onde ebbi l'occasione di domandargli, più d'una volta, se ci fosse modo di salvare ancora qualche cosa del povero dialetto veglioto. E più d’una volta ebbi per risposta (da lui ch'era stato poco prima a Veglia, in non so che gita da Fiume o verso Fiume) che ... l'Udina, l'ultimo veglioto, era morto da un pezzo!![6] /3/ Questo non è ancora tutto. È abbastanza veramente, perché l'Ive non ha ingannato (scientemente) me soltanto, ma anche altri (so, p.e., dell'Alton,[7] che me lo disse) e fece perdere così alla scienza, irremissibilmente, dei veri tesori: l'Udina (con altri vecchi) ha dimenticato, per sempre, molte preziose forme in questo frattempo. Non si tratta dunque semplicemente di un pettegolezzo contro di me personalmente ma del più grande delitto che si possa fare: di un crimen laesae scientiae.

Ma questo – dicevo – non è tutto. Io vo a Veglia, perché m'era venuta la felice idea di non credere all'Ive (ma a' suoi 'nemici'): mi riesce di trovar in vita l'Udina e dopo aver raccolto da lui il materiale meno guasto che era possibile (con un metodo speciale – che Le descriverò a lungo nel lavoro finale) ne tento un lavoro, – come tesi di laurea – in seguito al quale l'accademia m'onorò dell'incarico che sa. Or cosa avviene?

L'Ive venne a sapere di quest'incarico e ne ebbe – a giudicare da ciò che sentirà adesso – poco piacere: sparse la voce fra gli studenti di Graz e in provincia da noi (occorrendo, saprei citare i nomi) che io m'ero venduto agli 'Slavi' della Commissione dei Balcani, che mettevo l'Istria nei Balcani e cose simili!![8]

/4/ Lei conosce gl'Istriani, ma forse non abbastanza per immaginarsi il grado d'indignazione contro tali accusati, il parossismo a cui giunge una gente tormentata dal furor nazionale (soprattutto giovani studenti!): forse Lei non può valutare l'enormità di quella maligna insinuazione e quanto ebbi ed ho ancora a soffrirne! Ne sentii l'eco dappertutto: qui, a Vienna, e, queste vacanze, in Istria, a Trieste, ovunque. Un signore a Trieste rispose a malapena al mio saluto perché io voglio 'dimostrare che noi siamo Slavi'! Ho un bel d'affare a spiegare come stieno le cose: tempo perso. La 'Balkan-Commission' è per loro, una specie di comitato di propaganda panslavistica per incarico della Russia. Eppoi l'Ive sapeva bene che, se metto Veglia nei Balcani, non ci metto per questo l'Istria, perché Veglia non è l'Istria naturale, l'Istria che vogliamo noi (ossia, detto tra parentesi, tutti quelli che sperano di distruggere o di attenuare – con una separazione amministrativa – le sciagurate lotte nazionali che assorbono da noi, come altrove e forse più, ogni attività economica e culturale).

/5/ Questi due fatti operarono in me un cambiamento esenziale [sic] del concetto che m'ero fatto sul conto dell'Ive come persona (che credevo prima, ripeto, un calunniato): quest'esperienza mi fece credere completamente alla 'vox populi' che l'Ive è falso e maligno.

Ora comprenderà perché io non abbia potuto frenarmi: mi compatirà se mi sono sfogato con qualche puntata contro di lui. Soltanto con qualche puntata, dove l'occasione mi si presentava; perché non ho raccontata p.e. la storia del quartún, del sait, jáit, pira, jóint, ináinte, priegnó, čala, ladona, venjóin, as-cianto e di tante tante parole, la cui storia è altrettanto buffa quanto quelle, raccontata [sic], del medúl e del lite (anzi quest'ultima l'ho solo accennata) Altro che 'nur Mangel an Scharfsinn'![9] Di questi difetti di natura, che posso aver anch'io, non farei mai rimprovero all'Ive né ad altri. Ma qui si tratta di ben altri peccati congiunti a una prosopopea senza pari verso gl’'inferiori'. A proposito di prosopopea, contro il rimprovero che Lei fa a me d'essere immodesto, non sento il bisogno – francamente – di giustificarmi; io avrò tutte le debolezze possibili, sarò disubbidiente, vendicativo, avrò spirito di contraddizione, ma nessuno mai, finora, mi disse presuntuoso! Chi di noi due è presuntuoso, io o l'Ive? Delle sue indagine sul veglioto /6/ è l'Ive che dice essere state 'coronate da buon successo';[10] i suoi confronti (sua specialità!) li chiama 'perspicui'[11] p.e. 'desmissiuót cfr. rov. dismissiá[12] o, nelle Istr. Mund. 'Sardigna cfr. it. ant.; puṣo cfr. rum. puţ![13] 'hierin dürfte, glaube ich, auch der Wert dieses meinen Versuches liegen'[14]. E come poteva io non ribattere l'accusa infondata d'’ignoranza' che l'Ive moveva al Miklosich[15] (di cui giudicava, modestamente e generosamente, che i lavori di lui riescono ‘prèsque toujours satisfaisant!)[16]. Bisogna sentire con che prosopopea egli parla o sparla del Cavalli[17] e di altri, anche suoi benefattori, e quelle ch'egli ha fatto all'Hortis[18] e al Dr Tamaro,[19] nell'Istria, e a tanta gente, nel Trentino!

La faccenda poi delle note e delle aggiunte contro l'Ive, che io avrei intercalate 'disonestamente' nella correzione, sta in questi termini.

Il manoscritto (che non aveva piaciuto al Cons. Mussafia[20] perché troppo lungo e per un'altra ragione, estranea all'Ive) ricevette l'imprimatur dal Cons. Jagić.[21] Questi mi esortò, alla tipografia, ad omettere la proposizione 'er [Ive] hat – ich bedauere es sagen zu müssen – die weitere Erforschung dadurch erschwert, dass er seine eigenen (leider zu spärlichen) Materialien und die Materialien der anderen ungenau /7/ wiedergegeben hat'. E precisamente per il motivo che, mi disse il Cons. Jagić, – poiché citavo i lavori degli altri (Ascoli ecc.) semplicemente, cioè senza farne apprezzamenti – non dovevo, per amore alla proporzione, estendermi negli apprezzamenti sul lavoro dell'Ive, poche righe più sotto. (La frase 'ohne aber... Ascoli's Ergebnisse dementsprechend zu erweitern' non fu incriminata). Io aderii, sebbene a malincuore. Ma nella correzione delle bozze m'accorsi che veniva così a mancare una giustificazione per ciò che dicevo alcune pagine più innanzi, cioè che ristamperò il materiale dell'Ive; onde intercalai qui la nota dove dico che questo materiale è 'ungenau' e 'leider spärlich'[22] (il che vuol dire che non sarà tempo e inchiostro buttato via, ristampando). Questa è l'unica aggiunta che feci sull'Ive, e non la feci 'disonestamente' cioè col proposito di tenerla nascosta al Cons. Jagić; egli stesso m'aveva detto di consegnar le bozze corrette alla tipografia, direttamente, cioè senza che lo seccassi con una seconda revisione (io non mi sognava neanche della 'disonestà' che facevo!); di più, quando giunsero le bozze corrette, il Cons. Jagić – avendo saputo che le mie critiche contro l'Ive avrebbero dispiaciuto a qualcuno – notò quella povera aggiunta e mi disse, sorridendo: /8/ 'Sie haben doch diese Bemerkung eingeflickt, obwohl sie früher [in altra pagina] gestrichen wurde.' Io gli esternai la giustificazione sopraddetta e aggiunsi: 'Soll ich wieder streichen?' Ed egli: 'Nein, um Gottes Willen, keine Correctur mehr.' – per mia ventura si conservarono le prime bozze – colle correzioni in margine – 'als Beleg für die Spesen der Correcturen' (le quali correzioni, fatta eccezione di quella mentovata, non riguardano ripeto l'Ive); cosicché si può verificare il mio asserto.

Quanto all'istrioto[23] mi son creduto in dovere d'avvertire, tacendo d'altro, che i materiali dell'Ive (non i suoi studi, perché non ne conosco: osserverà che i pochi fenomeni istr. che ebbi occasione di citare sono nuovi: ct jt, ĕ[*ẹi i ecc.) non sono esatti sempre. Voglio credere che saranno più esatti quelli del suo prossimo lavoro; questo sarà ad ogni modo una vera miniera, utilissimo specialmente per i poveri diavoli come me, che ci troveranno anche – senza comperare troppi vocabolari – molti importanti vocaboli d'altri dialetti d'Italia e copiose indicazioni bibliografiche.

La morale di tutto questo si è che Lei, per natural Sua bontà, protegge i deboli; ma per questa stessa ragione – perché son debole anch'io e anch'io reclamo il Suo compatimento – non vorrà più, spero, essere... inumano col

 

Suo devoto scolaro M. Bartoli

 

[P.S.] che implora da Lei – piuttosto che rampogne – paterni consigli e ammaestramenti. E spera di riceverne, questo Natale, in Albona (Istria).



[1] Schuchardt, Hugo. 1884. Dem Herrn Franz von Miklosich zum 20. November1883. Slawo-deutsches und Slawo-italienisches. Graz: Leuschner & Lubensky (n° 160).

[2] Probabilmente riferimento al rapporto provvisorio che Bartoli dette del suo viaggio in Dalmazia (Bartoli 1899), in cui (soprattutto nelle varie note) egli critica i precedenti lavori di Antonio Ive, istriano, collega e protégé di Schuchardt presso l’Università di Graz. Per esempio giudica, a proposito della pubblicazione di Ive sulla famiglia della Zonca (Ive 1877), che i materiali da Ive raccolti furono “[l]eider sehr spärlich [...] und ungenau [...] wiedergegeben” (Bartoli 1899: 76, nota 1) e critica fortemente le opinioni dell’Ive, a suo parere ascientifiche, sulla classificazione dell’istriano e del dalmatico (cf. Bartoli 1899: 88, nota 1;89, nota 1). Si confrontino a riguardo le lettere tra Schuchardt e Vatroslav Jagič di fine 1899 (in particolare la lettera di Schuchardt a Vatroslav Jagič dell'11, la lettera di Jagič a Schuchardt del 15  e la lettera di Schuchardt a Jagič del 19 dicembre 1899), nell’edizione di Claudia Mayr. Il contrasto tra Bartoli e Ive si acuì negli anni a venire (cf. Schwägerl-Melchior/Mücke 2016: 186-188). Ive godé più volte della protezione di Schuchardt, sebbene questi non potesse negare che i lavori del collega di Graz presentassero più di una lacuna metodologica. È interessante notare che nella biblioteca dell’istituto di romanistica dell’Università di Graz sono conservati due esemplari del rapporto Über eine Studienreise zur Erforschung des Altromanischen Dalmatiens (Bartoli 1899). Il primo, con la segnatura DS/1/5, reca in capo alla prima pagina la dedica dell’autore “Al Chiar. Sign. Prof. U. Schuchardt omaggio dell’a.” e in calce, scritto con altra penna, la nota: “EccoLe, qui accluso, l’esemplare per l’Ive”. Sul secondo esemplare, conservato con la segnatura DS/1/7, vi è però l’ex libris di Schuchardt. Al momento attuale non è dato sapere se nel lascito di Ive nel Museo Civico di Rovigno ne sia conservata ulteriore copia.

[3] La Venezia Giulia includeva la penisola istriana e parte del Friuli orientale e perciò era patria sia di Bartoli sia di Ive.

[4] Territorio che corrisponde all’incirca all’odierno Trentino-Alto Adige. Ive era stato a Rovereto e a Trento in qualità di professore liceale (cf. Schwägerl-Melchior/Mücke 2016).

[5] Nel 1894, su raccomandazione di Schuchardt, Ive era stato nominato professore straordinario d’italiano all’Università di Graz.

[6] Si tratta dell’ultimo parlante del veglioto Antonio ‚Burbur‘ Udina. Cf. Bartoli (1899: 163).

[7] Johann Baptist Alton (1845-1900), insegnante e dialettologo ladino. Cf. http://lexikon.romanischestudien.de/index.php?title=Alton,_Johann_Baptist.

[8] Nel 1897 era stata istituita presso l’Accademia imperiale delle scienze di Vienna la Kommission für die historisch-archäologische und philologische Durchforschung der Balkanhalbinsel (Balkan-Kommission). Bartoli, nel luglio 1899, ricevette da questa l’incarico di effettuare “eine Studienreise ‘behufs Erforschung des Altromanischen Dalmatiens’”(Bartoli 1899: 71).

[9] Probabilmente citazione di Schuchardt, non riscontrata.

[10] Citazione da Ive, Antonio (1886): “L’antico dialetto di Veglia”, in: AGI 9, 115-187: 116.

[11] Citazione non riscontrata.

[12] Ive (1886: 170).

[13]Aǵús͎tu (vgl. sard. austu), pús͎o pús͎u púju (vgl. rum. put͎) Brunnen“ (Ive 1893: 199).

[14] Nelle prime pagine del lavoro Die istrianischen Mundarten (Ive 1893) si legge la seguente frase: “Auch werden sowohl im Texte als auch in den Anmerkungen stets Vergleichungen mit anderen italienischen und ladinischen Mundarten angestellt, und hierin dürfte, glaube ich, auch der Wert dieses meines Versuchs liegen“ (Ive 1893: 181-182).

[15] Franz von Miklosich (1813-1891), eminente slavista austriaco. Cf. la sua corrispondenza con Schuchardt edita da Hurch/Melchior 2013 [2015].

[16] Citazione dalla recensione che Ive pubblicò sul lavoro di Miklosich Über die Wanderungen der Rumenen in den Dalmatischen Alpen und den Karpaten (Ive 1880: 321): “Comme on le voit par ce résumé, c’est un ensemble d’études très sérieux, qui affirme une fois de plus l’admirable talent (dont nous avions depuis longtemps un grand nombre de preuves) du célèbre philologue autrichien pour aborder avec clarté et une méthode rigoureuse les questions les plus compliquées de la linguistique et de l’histoire, en cherchant à les résoudre d’une manière définitive et presque toujours satisfaisante”. Già nella relazione sul suo viaggio in Dalmazia Bartoli si era mostrato costernato dal modo in cui Ive aveva scritto di Miklosich (cf. Bartoli 1899: 89, nota 11).

[17] Iacopo Cavalli (1839-1919), sacerdote e intellettuale goriziano con stretti legami con l’Istria (cf. Treccani Biografico).

[18] Mario Attilio Francesco Carlo Hortis (1850-1926), storico e bibliotecario triestino.

[19] Marco Tamaro (1842-1905), storico istriano, cf. http://www.istrianet.org/istria/literature/lit-history.htm.

[20] Adolfo Mussafia (1835-1905), romanista di spicco di origine dalmata, legato a Schuchardt da una lunga amicizia (cf. la corrispondenza edita da Lichem e Würdinger (2015)).

[21] Vatroslav Jagić (1838-1923), slavista di origini croate, allievo di Miklosich. Cf. l’edizione della corrispondenza con Schuchardt a cura di Claudia Mayr. e la nota 2 alla presente lettera.

[22] Bartoli (1899: 76, nota 1).

[23] Sembra corretto da un precedente “istriano”. Sulla denominazione degli idiomi parlati sulla penisola istriana cf. la lettera di Schuchardt a Jagič del 9 dicembre 1899. Non è dato sapere se Bartoli al momento di redigere la presente missiva – cioè una settimana dopo che Schuchardt aveva scritto a Jagič –fosse già a conoscenza del parere di questi, ma non è da escludersi, poiché il linguista di Graz aveva chiesto esplicitamente a Jagič di comunicare il suo parere sulla denominazione degli idiomi romanzi in tedesco anche a Bartoli.